Ritualismo, lettera rinvenuta a Lhyris

Se tu mi chiedi, O Attalo, quali siano le basi di quest’Arte non ho per te una semplice risposta.

Il ritualismo è una pratica complessa, la sua concezione si modifica di cultura in cultura, muta nel tempo, si adatta alla personalità dell’officiante, alle sue credenze e convinzioni.

Abbiamo avuto modo di affrontare a lungo questo discorso ed io ho molto viaggiato allontanandomi dalla nostra bella terra per apprendere e insegnare.

Non crederesti alla ricchezza e varietà di tradizioni che ho incontrato in questo cammino, ho potuto confrontarmi con sciamani impregnati di superstizioni e eredi di culture ancestrali, così come ho ascoltato i discorsi eruditi di metodici studiosi.

Ognuno di loro offriva un frammento di una più vasta verità. Un mosaico che si squadernava davanti al mio desiderio di conoscere.

Benedetta Galtea, di quanta grazia mi hai fatto ricco, di quanta tua benevolenza hai riempito le mie giornate.

Carissimo Attalo, la mia speranza è che anche tu possa un giorno arrivare alla vecchiaia nella serenità di non aver sprecato la tua esistenza, ma di averla illuminata nello splendore della ragione e della conoscenza.

Eppure sto divagando…

Tu mi hai posto domande precise nel nostro ultimo incontro e io proverò ora a darti spunti di riflessione, perchè risposte precise, avrai ben inteso, non esistono.

Il potere della volontà

Non esiste Arte Rituale senza uno sfoggio e un atto di estrema volontà.

Plasmare le forze dell’onda al proprio volere è l’azione stessa che dona forma all’esperienza rittuale.

Una mente lucida, un intento ben definito sono quindi necessari. Stolto qualunque ritualista che non rispetti tale norma.

Pure negli sconvolgimenti che le energie rituali hanno vissuto in questi anni recenti, una così semplice regola non può essere contraddetta.

I grandi ritualisti del passato hanno sempre mostrato, anche nelle menti più contorte, una incredibile forza di volontà e spesso una invidiabile lucidità di intenti.

Dichiarere chiuso un circolo rituale vuol dire imbrigliare un’energia. Destinarla poi a uno scopo è il fulcro del rituale che si esprime in parole e simboli. Dichiare aperto un circolo vuol dire riportare le energie del luogo a uno stadio iniziale.

Ovviamente comprenderai, come l’accordo perfetto di più volontà non possa che essere benefico allo svolgimento dell’Arte. La voltà si raforza nell’accordo dei ritualisti, ma lo scopo deve essere pienamente condiviso. Non incertezza deve sussistere o, peggio, conraddizione.

La conoscenza

La conoscenza conduce alla comprensione, più si conosce la realtà più è possibile comprenderla e tramite la volontà plasmarla nel circolo rituale.

Benedetta Galtea, quale immensa responsabilità hai donato ai mortali!

Temo coloro che conoscendo, del sapere hanno fatto la loro arma. Solo la fede o un grande senso di responsabilità ci pongono i limiti necessari.

La parola

Una volontà muta non plasma il potere nel circolo rituale. La quasi totalità dei rituali necessita di una chiara enunciazione della volontà del ritualista.

Pochi sono i ritualisti così esperti da svolgere precisamente un rituale di una certa complessità senza l’ausilio della preparazione di un testo attentamente sudiato.

Ogni parola ha un significato, ogni significato influenza l’onda.

Comprenderai, o Attalo, quanto sia indispensabile calibrare sapientemente il nostro parlare durante la celebrazione. Incertezze, piccoli errori, persino pronunce sbagliate comportano rischi. In alcuni casi comportano una gran dispersione e dispendio di ulteriore potere per essere sanati, altre volte sono irreparabili e funesti.

Con il modificarsi recente dell’Arte, a seguito dei grandi sconvolgimenti che il nostro creato ha subito, questo è ancor più vero e tangile.

A volte ho quasi l’impressione che qualcosa, qualche entità sorvegli il fluire dell’onda e le nostre parole e azioni nel circolo.

Simboli e azioni

La parola ha una forza dirompente, ma sovente non bastevole all’interno di un rituale.

Tradizioni, saperi, simboli di una eredità antica o recente focalizzano la volontà del ritualista attraverso la presenza di oggetti, immagini e azioni.

La componente simbolica, se sapientemente usata, è parte necessaria alla buona riuscita dei riti.

I simboli racciudono una ricchezza che ci ricollega al nostro passato, alle esperienze che generazione dopo generazione i plasmatori dell’onda hanno vissuto e perpetrato.

I rapporti di analogia fra gli aspetti dell’esistente sono una materia di interessante studio per chi si appresta alla nostra Arte.

Eppure, anche in questo caso, non ci deve essere casualità o approssimazione. Un simbolo errato o una azione avventata sono dannosi e perigliosi.

Potrei raccontarti storie terribili di evocatori sciocchi e imprepratati alle prese con entità non correttamente richiamate a causa delle loro imprecisioni. Storie che solitamente hanno un finale tragico e istruttivo.

Queste poche parole, o mio diletto allievo, siano per te cagione di riflessioni ancor più profonde.

Confido nella tua accortezza, nel tuo giudizio, nella tua sapienza, nella tua fede.

Qualora ti muoverai davvero verso le terre elaviane, ti consiglio di visitare le sedi dell’allora Ateneo degli Studi Rituali.

Recentemente rinvenni in una di esse un manoscitto, che pareva dimenticato pur essendo chiaramente risalente a pochi anni fa. Era ricco di appunti di indubbio interesse e testi che fondono palesemente antiche tradizioni locali con un sapere di chiara derivazione atalassiana. Potrebbero essercene altre copie o frammenti. Credo che vi sia ancora molto da ricercare nei meandri nascosti delle loro biblioteche.

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